Riforma Terzo Settore: dare risposta alla volontà di rinnovamento dell'associazionismo italiano all'estero

di Rino Giuliani - Il governo nei prossimi giorni si accinge a presentare una riforma del terzo settore che è da tempo attesa per poter superare inadeguatezze e vuoti di una legislazione datata quanto scollata dai processi che hanno trasformato ruolo e funzioni dell’arcipelago del no profit. Le inadeguatezze dell’attuale sistema normativo degli enti non profit, ricorda il Consiglio nazionale del Notariato, si possono principalmente ascrivere a due cause:

- le disposizioni dedicate alle persone giuridiche dal libro primo del codice civile risentono di una mentalità pregiudizialmente ostile nei confronti di questi enti e si rivelano certamente inidonee a regolare le complessità e le varietà che contraddistinguono il settore da qualche decennio;



- il proliferare, a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, di numerose leggi speciali che, seppur emanate con la condivisibile finalità di agevolare fiscalmente il non profit, hanno di volta in volta aggiunto requisiti statutari, introdotto nuovi albi e forme di controllo:ne è derivato un assetto articolato, che sempre più spesso coniuga l’attività non profit all’esercizio di attività d’impresa, generando una crescente “ibridazione” degli istituti codificati.

L’incipit delle Linee guida governative per la riforma del terzo settore con enfasi sottolinea: “è l’Italia del volontariato, della cooperazione sociale, dell’associazionismo no profit, delle fondazioni e delle imprese sociali. Lo chiamano terzo settore, ma in realtà è il primo”.

Il governo prosegue insistendo sulla partecipazione dei soggetti interessati alla costruzione del nuovo quadro normativo: “il Governo intende ascoltare la voce dei protagonisti prima di intervenire con l’adozione di un disegno di legge delega da attuare in tempi brevi per un complessivo riordino del terzo settore”. Il governo adottando una prassi fondata su un rapporto diretto con gli interessati ha indicato una email e la scadenza del 13 giugno per far pervenire osservazioni.

Nella realtà i parlamentari provenienti dal terzo settore, nel frattempo, sono stati encomiabilmente attivi nel lavoro preparatorio delle Linee guida sulla base dei risultati di discussioni precedentemente svolte nel terzo settore e da loro rappresentate nel governo e nel parlamento.

A ragione, il governo si è preoccupato di dare una sistemazione ad una realtà (nella quale le associazioni sono una parte di grandissima rilevanza) dove alle certezze del diritto spesso si sono sostituite le interpretazioni dello stesso.

Dal codice civile alla legge 266/91 sul volontariato alla legge 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale alla legge 382/2000, sono maturi aggiornamenti e revisioni.

Importante è il proposito del governo laddove afferma “di voler dare stabilità e ampliare le forme di sostegno economico, pubblico e privato,degli enti del terzo settore”. Quest’affermazione è anche un punto centrale sostanziale dell’intento di rivitalizzazione di un settore fondamentale, protagonista insostituibile nella società italiana attuale.

Il governo, nelle Linee guida, ha fatto un elenco di provvedimenti conseguenti che, in specie, riguardano “il riordino e l’armonizzazione delle diverse forme di fiscalità di vantaggio per gli enti del terzo settore, con riferimento ai regimi sia delle imposte dirette che indirette,anche al fine di meglio chiarire la controversa accezione di “modalità non commerciale” e che si sostanziano complessivamente in sette punti complessivi molto rilevanti.

Nelle sue prime riflessioni sulle Linee guida la Conferenza delle Regioni osserva come “di fronte alla positività che le Linee Guida riconoscano il valore e il ruolo anche economico dei soggetti del terzo Settore, il tema dell’economia sociale va affrontato con una maggiore profondità, avviando una riflessione anche sul rapporto con i soggetti profit. Per far decollare l'impresa sociale sarà necessario definirne maggiormente l'identità e l'utilità sociale anche in relazione ai soggetti già esistenti”.

Il che apre alle associazioni una prospettiva interconnessa di prima grandezza rispetto al riordino giuridico ed alla risistemazione del mondo delle associazioni il cui esito finale è in effetti un welfare diverso dall’attuale e nel quale più responsabilmente le risorse umane, adeguatamente stimolate e suscitate dall’interno delle associazioni, diventano risorsa vera a fronte dell’assistenzialismo autoreferenziato che affligge l’associazionismo e che fa cortocircuito con il mondo partitico.

In questo quadro e nel dibattito parlamentare non marginale che si è prodotto, le associazioni degli italiani nel mondo non sono presi in esame né sono stati messi in evidenza. Semplicemente non sono all’ordine del giorno qui come in altre sedi istituzionali e non.

In molti ci si è chiesti perché a fronte della pletora di dichiarazioni scritte ed orali di componenti del CGIE, di eletti all’estero, di parlamentari provenienti dal mondo associativo, di responsabili di partiti politici, impegnative per il riconoscimento della rappresentatività delle associazioni degli italiani nel mondo, in tre legislature la proposta di legge per il riconoscimento del loro ruolo di promozione sociale non sia stata neanche avviata alla prima discussione in commissione.

È avvenuto con la proposta di Narducci e da ultimo con quella di Longo al Senato e di Bobba alla Camera.
Perché i primi presentatori del provvedimento abbandonano il loro disegno di legge un attimo dopo averlo presentato.
E perché eletti all’estero cofirmatari non stimolano i propri capogruppo per far avviare alla discussione il provvedimento e poi, magari, contestualmente, ne presentano un altro settoriale riguardante le associazioni sportive? Il lobbyng è più influente degli impegni politici presi con l’associazionismo?

In occasione della discussione sulla legge di stabilità alcuni parlamentari hanno presentato sia alla Camera che al Senato, un emendamento a sostegno delle associazioni degli italiani nel mondo (che per lo più non usufruiscono del 5/1000 o di qualche altra giusta agevolazione). Chi andasse a leggere l’allegato n.6 di tale legge vedrebbe la pletora di associazioni riconducibili a questo o a quell’altro ambito, patrocinate in modo peculiare, essere state sostenute e quindi finanziate dallo Stato ma non troverà tra queste le associazioni degli italiani nel mondo.

Al dunque, la dura istruttiva lezione dei fatti evidenzia una scelta escludente segnalando una diffusa attitudine al dire senza fare, all’apparire senza essere.

Oggi che si è voluto porre mano al mondo del no profit non si può non inserire nel problema anche una soluzione che favorisca la rappresentanza sociale delle associazioni (circa 5 mila) che agiscono dentro e verso collettività di circa 4 milioni di italiani calati in un più vasto mondo di italo discendenti.

Ad inizio del 2015 si svolgeranno gli “Stati Generali delle associazioni degli italiani nel mondo”. Si è già iniziato a discutere e si arriverà anche a soluzioni di carattere organizzativo che terranno insieme pluralismo, autonomia e rappresentanza. È il tragitto analogo che altri, in Italia, hanno percorso con il Forum del terzo settore e che è stato parte importante del percorso propositivo per il cambiamento. I risvolti complessi del provvedimento anticipato dalle Linee guida riguarda il rapporto fra pubblico e privato, quello fra sussidiarietà istituzionale e verticale, riguarda anche i servizi sociali, le pubbliche responsabilità ed il ruolo delle persone e delle associazioni. Tali temi e la soluzione che agli stessi verrà data non sono estranei o ininfluenti nella vita delle associazioni degli italiani nel mondo. Ci si attende che, in modo esplicito e conseguente, nell’agenda politica dei prossimi giorni, nei processi in atto di adeguamento dell’insieme del no profit trovino il giusto posto anche le associazioni degli italiani nel mondo.



* vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi