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CGIE/Nuova Emigrazione: la relazione introduttiva di R.Ricci all'incontro alla Camera

La mattinata del 28 marzo il Cgie ha organizzato alla Camera dei Deputati un incontro nell'ambito dell'Assemblea Plenaria di quest'anno, sul tema "Lavoro e Mobilità". Al centro della discussione l'evoluzione del fenomeno della nuova emigrazione italiana che ha raggiunto, negli ultimi anni, livelli paragonabili a quelli della seconda parte degli anni '60. All'incontro, aperto dall'On. Fabio Porta e dal Segerario del Cgie Michele Schiavone, ha partecipato il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti che, nel suo intervento, ha convenuto sulla necessità di attivare politiche attive di assistenza e di accompagnamento per i nuovi emigrati sia alla partenza che all'arrivo e che si è impegnato ad attribuire funzioni specifiche in tal senso ad una direzione del Ministero per la programmazione di interventi e progetti in questo ambito.
Nell'occasione è stata presentata anche una ricerca del Cepa (Patronati Acli, Inas-Csl, Inca-Cgil, e Ital-Uil) sui fabbisogni della nuova emigrazione come emergono da una ricerca a campione condotta da Renato Mannheimer che ne ha illustrato i risultati.
Di seguito, presentiamo la relazione introduttiva del Vicesegretario generale del Cgie di nomina governativa, Rodolfo Ricci e il Comunicato emesso dall'ufficio stampa del Ministro Poletti.

 

Relazione introduttiva del V.S.G. del Cgie Rodolfo Ricci

Roma, 28 Marzo 2017 - Camera dei Deputati, Sala del Mappamondo

 

(Bozza non corretta)

 

 

"Ho l’incarico di introdurre i lavori su una questione che, come sapete, da diversi anni il Cgie sta attentamente monitorando: la nuova emigrazione italiana.

In numerosi casi, nella precedente consilatura, questo tema è stato al centro dei nostri lavori. Nel 2013 un ordine del giorno votato all’unanimità richiamava le nostre istituzioni a porre particolare attenzione alla crescita di consistenti flussi in uscita dal nostro paese e alle urgenze che essa poneva sul versante dell’orientamento e della tutela.

Ripetutamente, sulla base del lavoro delle commissioni del Cgie “Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove” e “Sicurezza, Tutela Sociale e Sanitaria” e raccogliendo le sollecitazioni pervenute dalla diffusa rete associativa e di servizio presente all’estero, il Cgie ha richiamato ad una riflessione approfondita su questo tema, partendo dalla considerazione, oggi ampiamente condivisa, che non si tratti di una questione marginale o settoriale, ma di rilievo nazionale che ci interroga rispetto ad una nuova dimensione dei diritti e della tutela dei migranti e al fatto che essa costituisce una cartina di tornasole della condizione attuale e delle prospettive del nostro paese.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’estero è l’organismo di rappresentanza di una grande comunità di cittadini che lo scorso anno ha raggiunto la quota di 5 milioni dipersone sparsi in tanti paesi di emigrazione. Si tratta di oltre l’8% della nostra popolazione. E’ dunque, per consistenza, se vogliamo, la quinta regione italiana, dopo Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia. Negli ultimi 10 anni, questa regione “extraterritoriale” è lievitata di oltre il 55%.

Stiamo parlando di statistiche ufficiali, dell’Aire e dell’Istat. Ed è noto che questi dati ufficiali prendono in considerazione essenzialmente le iscrizioni all’estero (con i nuovi nati o le acquisizioni di cittadinanza) e le cancellazioni di residenza verso l’estero.

Osservando i dati Istat sulle cancellazioni di residenza, la nuova emigrazione comincia a crescere a tassi rilevanti in corrispondenza dell’inizio della crisi economica del 2007-2008, per attestarsi, tra il 2011 e il 2015, su incrementi superiori al 22% all’anno.

Siamo cioè passati dalle 51mila cancellazioni nel 2007 alle 147mila del 2015.

In questi numeri sono comprese anche le cancellazioni di residenza di cittadini immigrati che lasciano l’Italia alla ricerca di lavoro in altri paesi (e che sono mediamente intorno al 20% del totale di chi va all’estero) e anche questo è un dato molto significativo.

Per circa l’80% invece si tratta di italiani: per i quali, nello stesso arco di tempo 2007-2015, si è passati dalle 36mila cancellazioni del 2007, alle 102mila del 2015.

Sulla base di molte sollecitazioni provenienti da nostri consiglieri e dal mondo dell’associazionismo e dei patronati, che ci fornivano una percezione molto più ampia del fenomeno, il Cgie è andato a verificare i dati di ingresso registrati da alcuni dei principali paesi meta dei nostri flussi.

Una comparazione che è sempre utile fare e che forse le nostre autorità statistiche dovrebbero porsi.

In particolare abbiamo ripreso i dati tedeschi ed inglesi (che sono strutturati secondo le nazionalità e paesi di arrivo), analogamente a quanto aveva fatto il FAIM nella sua assemblea fondativa dello scorso aprile.

Da questi dati emerge - in modo inequivocabile - che l’entità della nuova emigrazione italiana è decisamente più ampia di quanto registrato dalle cancellazioni di residenza dell’Istat:

 

Ingressi dall’Italia in Germania e in Inghilterra secondo l’Istat e i rispettivi istituti di statistica locali

ANNO

GERMANIA

     

GRAN BRETAGNA

     
 

Dati Istat

Dati dello Statistisches Bundesamt

Differenza

 

Scostamento dei dati in %

Dati Istat

Dati ONS (National Insurance Number)

Differenza

 

Scostamento dei dati in %

2011

6.880

30.152

23.272

438 %

5.378

26.000

20.622

484 %

2012

10.520

42.167

31.647

400 %

7.542

32.800

25.258

434 %

2013

11.731

57.523

45.792

490 %

12.933

42.000

29.067

324 %

2014

14.270

70.338

56.068

492 %

13.425

57.600

44.175

429 %

2015

17.299

74.105

56.806

428 %

17.502

62.084

44.582

355%

Totale

60.700

274.285

213.585

451 %

56.780

220.484

181.206

388 %

* Fonti: Italia: Istat; Germania: Statistisches Bundesamt; Gran Bretagna: Office for National Statistics

 

Stando dunque ai dati di questi due principali paesi di arrivo dei nostri connazionali, la dimensione che abbiamo di fronte è mediamente tra le 4 e le 4,5 volte più alta di quanto ci dicono le statistiche nazionali.

Non abbiamo una serie analoga di dati per altri paesi, ma ciò che si può dedurre, comparando le serie storiche, è che analoghe proporzioni potrebbero registrarsi per paesi come la Svizzera, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e la Svezia, l’Austria, ma anche per un lontano paese come l’Australia, dove già nel biennio 2011-2012 si è superato il picco storico di inizio anni ’50, con circa 20mila arrivi dall’Italia.

Tenendoci al ribasso, l’ipotesi che proponiamo e che ci sembra realistica è che gli espatri effettivi e non di breve periodo si situino, almeno in Europa, in un range tra le 2 e le 2,5 volte il dato Istat.

Cioè tra i 200 o 250mila espatri all’anno, almeno negli ultimi due anni (2014-2015).

Se questa proiezione è fondata, dal 2007 al 2015 sarebbero emigrati non 545mila (come ci dicono i dati delle cancellazioni di residenza), ma tra 1 milione e 100mila (nell’ipotesi di un rapporto 2:1 rispetto ai dati Istat), fino ad 1 milione e 360mila cittadini italiani (nell’ipotesi di un rapporto 2,5:1 rispetto ai dati Istat).

Quanto alle ragioni dello scarto tra dati nazionali e dati esteri, è noto che l’iscrizione all’Aire o la cancellazione di residenza viene decisa da chi emigra dopo diversi anni di presenza all’estero, una volta che i rispettivi progetti emigratori si sono stabilizzati. Quindi la fotografia che ci rilasciano le statistiche nazionali non è quella attuale, ma quella di diversi anni fa. Un po' come la luce delle stelle che ci arriva in ritardo, da molto lontano.

Se le dimensioni quantitative della nuova emigrazione sono quelle che proponiamo, ci troviamo di fronte ad una qualità del fenomeno non ancora pienamente compresa a livello politico ed istituzionale.

Un elemento altrettanto importe è la composizione della nuova emigrazione: secondo l’Istat, risulta che negli ultimi anni circa il 35% di chi è emigrato possedeva una laurea e circa il 30% un diploma si scuola secondaria; mentre poco più del 30% aveva soltanto una licenza media.

Quindi la nuova emigrazione non è affatto riassumibile nella narrazione dei cosiddetti cervelli in fuga o dei ricercatori di eccellenza, i quali certamente vi sono, ma sono una componente molto minoritaria; vi è invece anche una consistente componente che potremmo definire “proletaria” e vi è una preponderante quota a media-alta qualificazione che tuttavia, da quanto sappiamo, è costretta, anche all’estero, a svolgere spesso professioni o mansioni ben al di sotto della loro qualifica, seppure con maggiori garanzie e tutele contrattuali rispetto a quelle offerte dal nostro paese.

Non vi è qui il tempo per approfondire altri aspetti della tipologia molto differenziata dei nuovi flussi che tuttavia comincia ad emergere da diverse inchieste realizzate più recentemente e che il Cgie farà conoscere e diffonderà. I risultati della ricerca del Cepa che ascolteremo tra breve ce ne fornirà certamente di interessanti.

Ma un altro dato vale la pena sottolineare: “nel 2014 oltre la metà dei nuovi emigrati italiani ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre il 20% è fra 0 e 17 anni.” Quindi, come peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, vuol dire che a spostarsi sono ormai anche intere famiglie.

(cfr.: Domenico Gabrielli: Le emigrazioni dei cittadini italiani negli anni 2000 e l’aumento dei laureati – IDOS 2016)

 

Vogliamo quindi di sottolineare quanto segue:

  • La “regione extraterritoriale” costituita dalle comunità italiane nel mondo, forse non è la quinta in termini di popolazione, come abbiamo accennato all’inizio, ma più probabilmente seconda soltanto alla Lombardia, essendo più vicina ai 6 milioni che ai 5 milioni che ci rilasciano le attuali fonti nazionali.
  • La nuova emigrazione italiana si produce in uno scenario di crisi globale, contrariamente a quella del secondo dopoguerra fino agli anni ’70 che avveniva nel cosiddetto boom economico; e si produce in uno scenario di generale contrazione demografica, in particolare nei paesi UE, contrariamente allo stesso periodo del boom, durante il quale i tassi di incremento demografico erano invece notevoli.
  • Rispetto a ciò vi è da tener presente che alcuni paesi da diversi anni incentivano flussi di immigrazione qualificata: tra questi la Germania e la Gran Bretagna (almeno fino alla Brexit).
  • Ben 2/3 dei flussi migratori all’interno del nostro continente non provengono da paesi extracomunitari, ma da paesi europei e si sviluppano in nettissima prevalenza lungo le stesse direttrici e cioè dai paesi periferici del sud e dell’est, verso i paesi centrali. La sensazione è che sia in corso una sorta di accaparramento di risorse umane, soprattutto qualificate, a vantaggio di alcuni paesi e a discapito di altri.
  • Per quanto riguarda l’Italia i flussi di immigrazione intra ed extracomunitaria non sono sufficienti a compensare la perdita costituita dalla nuova emigrazione e dallo strutturale decremento demografico né sul piano quantitativo e ancora di meno su quello qualitativo.
  • Dunque una riflessione ci sembra dovuta sul versante politico: se si accetta una competizione internazionale giocata sul costo del lavoro per attirare investimenti esteri, il rischio è, come si vede, che si produca l’uscita di consistenti stock di forza lavoro qualificata; in questo caso, l’esito è una perdita netta di capitale umano e degli importanti investimenti di cui esso è costituito oltre che delle annesse quote di Pil attuale e futuro. Bisognerebbe essere molto più accorti perché invece la competizione internazionale si gioca oggi, in misura crescente, proprio sulla disponibilità di medio-alte competenze come fattori fondamentali dello sviluppo.
  • In questo senso, un’importante punto di discussione per il rilancio della coesione e della sostenibilità del progetto europeo dovrebbe essere quello di un riequilibrio dei flussi migratori interni che salvaguardi il principio della libera circolazione, ma non di una circolazione forzata ed unidirezionale.

(Se questi flussi dovessero continuare con la stessa intensità e nella stessa direzione di oggi per tutto il prossimo decennio, la perdita, valutabile anche in temini di Pil e di differenziali di produttività con altri paesi sarebbe enorme. E si concretizzerebbe anzitempo l’inquietante previsione del rapporto Svimez 2015, secondo la quale, solo nel meridione si assisterebbe, al 2050, ad una riduzione di popolazione di quasi 5 milioni di persone).

Se siamo di nuovo diventati paese di emigrazione, piuttosto che di immigrazione, varrebbe forse la pena tornare a riflettere su una seria programmazione e governance non solo degli ingressi, ma anche delle uscite.

  • Infine: In uno scenario in cui, presumibilmente, la crisi continuerà a perdurare e a penalizzare i paesi cosiddetti periferici, l’Italia deve porre in essere misure di orientamento, di accompagnamento e di tutela dei propri giovani emigrati, anche cercando di definirne, nella misura in cui ciò è possibile, le mete, e a sviluppare azioni di orientamento al rientro per evitare che i progetti emigratori diventino definitivi. Accanto ad una governance dei flussi di immigrazione, è necessaria una governance dei flussi di emigrazione.

Assieme alla tutela dei diritti civili e sociali di questa parte consistente di cittadini italiani, peraltro garantita dalla nostra Costituzione, il Cgie ha sempre mirato a far emergere le grandi opportunità che possono derivare al paese da un rapporto intelligente con le nostre collettività emigrate ed immigrate.

In questo caso, pensiamo che sia indispensabile mantenere una relazione positiva e di attenzione con le persone che lasciano oggi il paese affinchè in un futuro prossimo possano tornare a costituire parte integrante del paese, della sua storia e del suo sviluppo.

Per far ciò sono necessarie basilari misure di orientamento, di accompagnamento e di assistenza sia alla partenza che all’arrivohe possono essere strutturate con la collaborazione dell’ampia rete di rappresentanza sociale e di servizio presente all’estero e in Italia.

Si tratta di servizi che possono variare dalla somministrazione del bilancio di competenze individuale, alla ricerca di lavoro o della casa, dalle norme contrattuali sul lavoro, sulla tutela e l’assistenza in vigore nel paese prescelto, a corsi di lingua locale, alle relazioni con le reti italiane presenti nel paese di arrivo, sia associative che imprenditoriali ed infine di un servizio di orientamento e di ricerca di lavoro nell’eventualità di un rientro in Italia.

In questo senso abbiamo recentemente proposto al Ministro Poletti l’instaurazione di una prassi non episodica di confronto e di discussione con il Cgie, ritenendo il Ministero del Lavoro uno degli attori istituzionali fondamentali per approcciare correttamente questa vicenda, una questione di natura “multifattoriale” e complessa come sappiamo, ma che al suo centro ha certamente la questione del lavoro.

Anche il Coordinamento delle Consulte regionali dell’emigrazione ci ha manifestato il pieno sostegno a procedere nella direzione indicata e dunque, auspicando l’attenzione fattiva degli organi parlamentari di Camera e Senato per gli Italiani nel mondo, delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, del Maeci e di altri Ministeri che sarà opportuno coinvolgere, pensiamo vi siano le condizioni per affrontare concretamente e celermente i bisogni e le opportunità illustrate."

 

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Il Comunicato dell'ufficio stampa del MInistro del Lavoro, Giuliano Poletti:

http://www.lavoro.gov.it/notizie/Pagine/Assemblea-del-Consiglio-Generale-degli-Italiani-all-Estero.aspx

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