Necessario un contributo originale dell'emigrazione a discussione politica nazionale

Riconquistare autonomia e convocare nuova conferenza mondiale dell'Emigrazione. Sono molti gli interventi che giustamente rilevano la miopia e l’incongruenza della proposta dei cosiddetti "saggi" relativamente alla cancellazione della Circoscrizione Estero.
Si tratta dell’ennesima conferma di come il mondo politico italiano, a prescindere dalle diverse collocazioni ideali e di schieramento, manifesti uno strutturale fastidio per la presenza in Parlamento dei rappresentanti degli italiani all’estero.
Per onor di verità va detto che non è coinvolto in questa proposta il Movimento 5 Stelle (che non annoverava “saggi” a lui vicini), né le forze politiche fuori dal Parlamento, come anche c’è da rilevare il distinguo di Mario Mauro (Lista Monti), che certamente è stato ben consigliato dall’On. Merlo, che in campagna elettorale aveva realizzato un accordo con la Lista Civica. 




In ogni caso, in una prospettiva di riduzione drastica del numero dei parlamentari e di revisione del bicameralismo perfetto, proposta riconfermata nel documento dei “saggi” e che molto probabilmente sarà la base di discussione su cui si eserciteranno gli esponenti politici durante questa (o la prossima) legislatura, c’è da attendersi che la componente estera del Parlamento, se non definitivamente cancellata, sarà ridotta al punto da risultare del tutto insignificante. Già oggi lo è molto poco...

Nessuno ricorda che nell’ipotesi di un futuro Senato delle Regioni, la Circoscrizione Estero avrebbe tutte le caratteristiche per essere ad esso accorpata come 21esima regione, pur extraterritoriale, con un potenziale di votanti che è analogo a quello dell’Emilia Romagna o della Puglia.

Nel clima rumoroso e confuso di revisione globale delle dimensioni della politica e dei suoi costi, di subordinazione della politica all’efficienza decisionista che dovrebbe assicurarci un nuovo sviluppo più adeguato alla fase della globalizzazione, gli esegeti delle nuove architetture anticasta (dentro e fuori della casta) dimenticano che uno dei pochi avamposti reale del "globale" è proprio l’emigrazione italiana. 

Lo dimenticano, tra l’altro, in un momento in cui le migliori energie e il migliore capitale umano del paese ha ripreso la via dell’esodo a suon di varie centinaia di migliaia all’anno, come tra un po’ potremo verificare al di là dei dati dell’Aire, del tutto sottostimati.

E’ il classico ritardo strutturale e di intelligenza di quest’Italietta, tutta concentrata a far quadrare le sue contraddizioni legandosi mani e piedi alle successive egemonie culturali che si susseguono, sempre, rigorosamente, in odore di neoliberismo.

Un segnale grave, perchè, ammesso e non concesso che l'emigrazione tradizionale non interessi più, con quella nuova che facciamo ? La lasciamo andare definitivamente ?
Si straparla di crescita e sviluppo, ma intanto questi giovani la crescita e lo sviluppo vanno a farli in altri paesi.

Il rettore della Bocconi, ha detto che questo esodo non deve preoccupare, piuttosto, deve preoccupare il fatto che pochi giovani arrivano in Italia: giusto, e cosa dovrebbero venire a fare in Italia i cervelli di altri paesi ? a fare gli stage in azienda a 500 Euro al mese ?

Ma dentro questo ritardo, non lo si può nascondere, c’è anche il ritardo della compagine politica, associativa, di varia rappresentanza, del mondo degli italiani all’estero, che alza la voce solo quando vengono toccate i propri presunti, residui diritti, come è accaduto in ambiente di spending review, ma risulta incapace di portare un contributo originale, specifico ed autonomo al dibattito politico italiano.

Ad esempio, come è possibile pensare che, ove si accetti la logica dei tagli, il settore emigrazione debba restarne immune ? Ed oggi, come è possibile immaginare che se si va ad una riduzione complessiva della rappresentanza parlamentare, debba restarne immune il pezzo estero ?

Non sarebbe più intelligente e doveroso strutturare un’analisi critica di queste scelte (imposte dalla cultura neoliberista che si traveste come anticasta) che invece mirano a ridurre il peso della rappresentanza in sé e a trasferire la capacità decisionale agli esecutivi a colpi di decreti legge e a rafforzare dinamiche sempre meno democratiche e per giunta eterodirette (da Bruxelles, ecc.)?

Non si potrebbe invece sostenere che i costi della politica potrebbero essere ridotti semplicemente con la riduzione degli emolumenti di parlamentari, consiglieri, ecc. mantenendo intatto il loro numero ? 

Così come in ambito dei spending review, basterebbe, come finalmente Marco Fedi ha proposto, ridurre i costi di una burocrazia ministeriale del Mae, al di fuori di ogni sostenibile logica.

Portare in Parlamento l’esperienza acquisita nei paesi di emigrazione significa far notare come in altri paesi, le situazioni di crisi siano state superate, o significa appiattirsi sulle posizioni dei rispettivi partiti con il miraggio di essere accolti nelle stanze di chi comanda ?

Ecco alcune riflessioni che possono essere poste alla nuova compagine parlamentare dell’estero.

Per ciò che riguarda il mondo della rappresentanza sociale e storica costituita da associazioni, sindacati, partiti, in Italia, sarebbe arrivato il momento di riprendere in mano l’idea di riconvocare una seconda conferenza mondiale dell’emigrazione, se necessario autoconvocata, per ristabilire una visibilità che non sia corporativa o di settore, ma che sappia produrre, se ce n’è la capacità, una quadro di riferimento originale in grado di fornire un contributo effettivo e critico al dibattito nazionale.

Se si lascia trascorrere il tempo, non ci sarà più tempo neanche per recriminare.


Rodolfo Ricci
(FIEI)